Il Quadrifoglio

Famiglia: fabaceae.

Descrizione: pianta perenne, erbacea, glabrescente, con rizomi molto ramificati; fusti striscianti, per lo più stoloniferi, radicanti ai nodi. Non supera mai i 30 cm di altezza e forma vasti tappeti nei prati; è facilmente distinguibile dagli altri trifogli per le foglie spesso chiazzate di bianco. Le foglie, trifogliate, hanno lunghi piccioli; le foglioline sono subovate, da cuneiformi a largamente ellittiche, finemente seghettate; di colore verde, hanno sulla faccia superiore del lembo, una macchia trasversale chiara. Le stipole sono grandi, membranose e dentate. I fiori sono riuniti in capolini globosi solitari, bianchi, verdastri o rosa, composti da 40-80 elementi all’apice di peduncoli eretti e glabri. Dopo la fioritura i fiori diventano penduli e bruni. Il calice campanulato, percorso da 10 nervature è diviso in 5 denti appuntiti (2 lunghi e 3 corti). La corolla papilionacea racchiude 10 stami, di cui 9 con filamenti saldati. I frutti sono legumi, lineari, appiattiti, con 3-4 semi cuoriformi, di colore variabile: giallo, arancio e rosso che rimangono nel calice disseccato.

Antesi: aprile – novembre.

Habitat: comune lungo le strade campestri, al margine dei boschi, nei prati; 0-2.750 m s.l.m.

Proprietà ed utilizzi: pianta antireumatica, depurativa, oftalmica, detergente, tonica. Indicata per i disturbi della digestione e le diarree ostinate, le infiammazioni delle vie respiratorie, i reumatismi. Per uso esterno, è antisettico. Unito alle graminacee rappresenta un ottimo foraggio e a questo scopo è anche seminato, si estende con grande rapidità, migliora i pascoli magri. Si ottengono sino a 8 sfalci di ottima qualità, solitamente impiegato come foraggio verde. I fiori possono essere utilizzati in frittata, uniti alle foglioline possono essere utilizzati come ingredienti per una bevanda tipo “sangrilla”. Nel passato, durante periodi di carestia, i capolini secchi venivano raccolti per essere macinati, integrando in questo modo la farina. Come tutte le specie appartenenti al genere Trifolium rappresenta un’ottima fonte sia di nettare che di polline per le api, anche se la riduzione della coltivazione con il sistema delle “marcite” lombarde ha ridotto notevolmente la produzione di miele allo stato uniflorale.

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