Il Cedro

Il Cedro è il simbolo della sacralità ebraica. Perì etz adar”, il frutto dell’albero più bello, è così che la Bibbia ha chiamato il cedro, quel frutto ben conosciuto ad ogni ebreo perché rallegra col suo profumo una delle maggiori solennità del calendario ebraico, la festa delle capanne. Molti autori, fra i quali il Milone, sostengono che è presente sulla costa calabrese per motivi naturali e climatici. Discordanti sono le opinioni circa la sua epoca di comparsa a di diffusione nel bacino del Mediterraneo, dove, comunque, è l’unico agrume a venire citato da scrittori naturalisti quali Virgilio e Plinio.
Che venisse impiegato in cucina per deliziare palati patrizi, ghiotti e raffinati, ce lo fa sapere Apicio, maestro dell’arte culinaria, il quale lo consiglia, in una ricercata ricetta, tagliato a pezzetti ed aggiunto assieme al garum (sughetto di pesci crudi sminuzzati in salamoia), suggerisce inoltre, come si può produrre un fragrante vino di rose con le foglie di questo agrume. Tutt’oggi questo agrume viene utilizzato sia nei primi che nei secondi piatti dietetici a base di carne o di pesce ed in quello prettamente dolciario di ispirazione mediterranea (crostate, pastiere, cannoli, sfogliate, fichi secchi imbottiti) e soprattutto quei “pannicelli” con uva passa e pezzetti di scorza candita, fasciati dalla foglia cotta di cedro.

I Rabbini ed il Cedro: oro verde

Diamante ogni estate ere invasa da rabbini provenienti da tutta Europa per l’acquisto del cedro. Gli Ebrei acquirenti erano e sono facilmente riconoscibili dal piccolo copricapo che immancabilmente portano in testa. Sono rabbini, sacerdoti di comunità ebraiche. Vengono ogni anno sulla riviera, nel mese di luglio e di agosto per raccogliere e controllare di persona i piccoli cedri, indispensabili per la “festa delle capanne”, la “sukkoth” che ricorre nel mese di settembre e che è per gli Ebrei di tutto il mondo l’avvenimento religioso più importante dell’anno. Si alzano di mattina alle cinque e vanno nelle cedriere con i contadini. Nei fondi arrivano presto e presto cominciano a lavorare insieme a loro… Un rabbino e un contadino. Il rabbino va avanti lentamente. Guarda a destra e a sinistra nella cedriera; dietro di lui il contadino con una cassetta di legno e una forbice nelle mani. Il sacerdote si ferma, guarda la pianta alla base proprio nel punto in cui il tronco spunta dalla terra: se è liscio e senza “vozze” vuol dire che non c’è stato innesto e si possono raccogliere i frutti. I rami sono bassi e pieni di spine pericolose. Il rabbino si corica per terra e scruta tra le foglie. Trova il frutto buono, lo esamina più attentamente, poi se decide di prenderlo lo indica al contadino che lo taglia alla pianta lasciando un pezzettino di peduncolo. Con estrema attenzione il sacerdote esamina ancora la buccia, il colore e la forma.
Se tutto va bene il piccolo frutto, avvolto nella stoppa (operazione che veniva completata nei piccoli magazzini che riempivano i vicoli di Diamante) , è riposto nella cassetta. Il contadino guarda attentamente perché per ogni cedro alla fine avrà la somma pattuita. Quando tutto è pronto, le cassette prendono il volo all’aeroporto di Lamezia Terme. Rivedranno la luce per la festa.

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